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Carnevale di Viareggio

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COD: cod. ISBN italiano 978-88-96527-63-4; cod. ISBN inglese 978-88-96527-64-1. Categoria: Product ID: 2413

Descrizione

Nel 1820 è Maria Luisa di Borbone-Spagna a conferire la dignità di comunità autonoma a un borgo di poche anime strappato alla malaria solo qualche decennio prima.
Appena due anni dopo è Paolina Bonaparte a farsi costruire una villa poco lontano da quel borgo, fra le dune ancora selvagge. Pare che Maria Luisa, risarcita con il titolo di Duchessa di Lucca dopo il Congresso di Vienna, fosse appassionata di navigazione e per questo favorì lo sviluppo della prima darsena. Sappiamo di sicuro invece che la Villa di Paolina fu concepita come luogo consacrato ai piaceri della vita, dal teatro alla musica – e alla dolce compagnia del musicista di cui Paolina Bonaparte era innamorata. Che tutto questo venisse pensato a ridosso di una spiaggia ancora deserta è un’idea che oggi ci sembra naturale, ma che al tempo era un capriccio eccentrico.
Non credo proprio che si possa essere accusati di smancerie politicamente iper-corrette se diciamo che Viareggio è quindi il frutto delle intuizioni tutt’altro che banali di due donne. Sono state Maria Luisa e Paolina a codificare le due anime che contraddistingueranno la nostra città nei duecento anni a venire. Quella languida e sognante del mare vissuto dal morbido arenile e quella legata al duro lavoro dei cantieri navali e alle lontane solitudini della marineria. Una sulla spiaggia e l’altra di là dal molo, per omaggiare il vangelo dei viareggini, nonché uno dei titoli più belli che siano mai apparsi sulla copertina di un libro.
Sempre nel 1822, all’alba della nuova città, la malasorte e le acque del Tirreno spingono sulla battigia il corpo di Percy Bisshe Shelley. Non è una forzatura, o almeno non più di tanto, vedere nel poeta inglese il punto di contatto e di sintesi fra le due anime di Viareggio. O meglio, in ciò che quel naufragio ha significato per la costruzione dell’identità viareggina, fin da quando i semplici abitanti del borgo assistettero sbigottiti al rogo funebre dei resti di Shelley. Fu una cerimonia pagana, mai vista prima e piena di suggestioni esotiche, persino arcaiche.
Lasciò il segno al punto da diventare persino una locuzione in uso nel linguaggio comune,  un desiderio che si scontrava frontalmente con la dottrina della resurrezione dei corpi della Chiesa.
In molti a Viareggio iniziarono a dire “quando muoio, voglio essere bruciato come l’inglese”.
Ma ovviamente non fu solo questo. Il giovane poeta inglese, baronetto ribelle e figlio inquieto dell’Inghilterra più ricca e blasonata, fu apprezzato persino da Karl Marx per la sua visione libertaria e sovversiva: aveva insomma in sé tutte le caratteristiche per piacere sia all’élite colta dei primi villini sul lungomare sia all’altra aristocrazia, quella dei maestri d’ascia al di là del canale Burlamacca.
E infatti, in nome di questo comune eroe del libero pensiero, la Viareggio laica si ritrova unita, alla fine dell’800, nel dedicare un monumento a Shelly, cioè un poeta anarchico, straniero, dichiaratamente ateo e morto per giunta in regime di concubinato (se vogliamo dirla meno soft: era scappato con una minorenne).
Gioverà ricordare che in quell’epoca onori del genere erano perlopiù riservati a santi, re o condottieri (anche a poeti, sì, ma almeno italiani).
Quasi un secolo dopo la morte di Shelley, come se la Storia desse appuntamenti a tocco d’orologio, lo spirito ribelle dell’antico borgo marinaro – divenuto ormai una cittadina – esplode nelle famose giornate rosse del maggio 1920, una rivolta popolare spontanea che dichiara addirittura la costituzione della Repubblica Viareggina. Si spegnerà tutto in poche ore, com’è inevitabile, e per fortuna senza bagni di sangue. Ma è il presagio di un tempo oscuro. Di lì a qualche anno la violenza fascista stroncherà qualsiasi aspirazione alla giustizia sociale, a Viareggio come nel resto della Penisola.
Non sembra quindi un caso che una città come Viareggio trovi nel Carnevale l’espressione ideale di una duplice anima non di rado contraddittoria. Il Carnevale è lo sfizio dei pochi abbienti diventato rapidamente festa popolana e popolare, patrimonio di chiunque di qua e di là dal molo. Il Carnevale è quando l’utopia di una vita senza dolore si prende il palcoscenico e i ribelli si prendono il potere (almeno quello dell’immaginazione, e non è poco). È quando i ruoli si confondono e al posto delle divisa – spesso invisibile – che tutti indossiamo ogni giorno, subentra la maschera. Con tutti i suoi misteri e le sue imprevedibili verità.



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